La crisi economica giustifica lo schiavismo?

Qualche giorno fa’ ho incontrato un vecchio collega di lavoro.
Come spesso accade, non avendo condiviso nella vita altro che giorni feriali dalle 8 alle 16, dopo le prime frasi di circostanza siamo finiti a parlare dell’azienda dove lui continua a prestare servizio e dalla quale io mi sono fatto licenziare (come spiegherò in seguito).
Subito ha iniziato ad elencarmi i problemi e il dissapore crescente all’interno dei reparti di cui una volta ero uno dei leader: l’azienda, ancora una volta, per fare fronte alla crisi economica ha deciso una politica di riduzione dei costi e di tagli, andando a colpire il personale.

Già la crisi del 2008-2009 aveva mostrato un comportamento spietato da parte del gruppo dirigenziale dell’azienda; la crisi del 2011 e tutt’ora in corso, mi ha fatto decidere di tirarmi fuori da quel losco gioco in cui mi avrebbero voluto complice.
Capisco che ogni azienda privata che vuole tirare avanti, e trarre profitti dal mercato nel quale opera, deve seguire alcune spietate regole di condotta (molte delle quali non saranno mai comprese dal semplice lavoratore), ma penso che le crisi economiche mondiali degli ultimi anni siano state utilizzate come scusanti per l’incentivato “schiavismo” e per le disumane condizioni lavorative imposte ai lavoratori.
Già, perché con la scusa dei mancati (o a volte solo minori) profitti, con il dovere della riduzione dei costi per dimostrare agli investitori che si sta agendo per salvaguardare i loro capitali, adesso è molto più semplice prendere delle decisioni drastiche e liberarsi dei propri dipendenti, o costringerli a lavorare in condizioni sempre meno accettabili.
E così, portando l’esempio che posso, ecco che l’azienda: ha ridotto la mensa (alzando comunque il costo mensile della stessa); ha tagliato il riscaldamento (costringendo i dipendenti della fabbrica a lavorare in giacca a vento, e alzando irrimediabilmente il numero di assenze per malattia); ha cancellato la cena aziendale di Natale, i regali di fine anno, i dolci e le bevande per festeggiare eventuali ricorrenze; ha negato il pagamento degli straordinari; ha ridotto il salario e tagliato le pause caffè; e così via.
E tutto approvato e lecito perché la crisi economica non lasciava altre possibilità.
La cosa che più mi faceva incazzare, era la subdola politica di terrore che i dirigenti riuscivano ad instaurare, ricordando sempre che i dipendenti (e solo loro) dovevano stringere la cinta, lavorando di più e guadagnando di meno, perché “è un brutto periodo e di fuori da qui non c’è lavoro”. Belle parole per dire “o fai quello che dico io o ti licenziamo e sei fottuto”.
Io ero a capo di un reparto, avevo sotto di me una sessantina di persone, molte delle quali provenienti da Paesi poveri, dove avevano lasciato la famiglia per venire a far fortuna.
A loro dovevo dare delle spiegazioni. A loro dovevo giustificare questa condotta, questi tagli, questo dovere lavorare a ritmi sempre più elevati senza ottenere nulla in cambio. Di fronte a loro dovevo rappresentare l’azienda, raccontando le stesse bugie, le stesse ipocrite scuse.
Non ce l’ho fatta: mi sono schierato dalla parte dei miei dipendenti, ho combattuto a lungo per poi essere licenziato, insieme alle altre “mele marce” che si erano esposte con me, per un taglio al personale dovuto alla crisi economica, appunto.
La maggior parte dei dipendenti o dei colleghi che al tempo si lamentava, sono ancora li a lamentarsi, ma a lavorare, per la paura che al di fuori non ci sia nulla. O meglio: fuori ci sono disoccupati disposti ad accettare queste ed anche peggiori condizioni lavorative.
Ed è questa la forza delle aziende in questo momento…
Non ho rimpianti, anzi: non avrò un lavoro da 8 mesi, avrò dato dei tagli alle mie spese e rivisto la mia economia, ma posso sempre camminare a testa alta e guardarmi allo specchio.

E così, a mano a mano che l’ex collega mi raccontava la nuova precaria e insostenibile situazione, sentivo in me crescere un senso di liberazione e di benessere per essermi tirato fuori da quel meccanismo, per aver dato ascolto alla mia coscienza (e perché no anche al mio orgoglio) invece che al portafogli.
Già, perché se da una parte c’è un mondo che ti dice che bisogna sapersi adattare, che in ogni posto di lavoro è così, che bisogna pensare solo a se stessi e che bisogna ringraziare di avere un lavoro, dall’altra c’è una voce interna che ti dice, almeno per quanto mi riguarda, che non si può rinnegare i propri credo, i propri principi, soprattutto quando ti vorrebbero complice nel giocare con la vita altrui.
E forse questa potrebbe essere una via d’uscita da questa maledetta crisi…

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11 pensieri su “La crisi economica giustifica lo schiavismo?

    • Vabbe, noi siamo sempre più teatrali…
      mamma mia che schifo!!
      Ma chissà quanti piccoli soprusi passano inosservati. Il fatto è che, se tutti facessero questo tipo di azioni (come l’operaio dell’articolo) anche per le piccole cose, i dirigenti non avrebbero carta bianca per fare quello che vogliono..
      Il problema è invece che tropi sono disposti a subire di tutto pur di portare a casa due lire…

      • Che ci siano persone disposte a vendersi non può essere problema loro, deve essere problema di tutti, perché cominciando a ricattare con successo l’ultimo arriveranno a risalire fino a te. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari…”

      • Completamente d’accordo con te, ma purtroppo questa la situazione attuale, e a tutti i livelli lavorativi, dal manovale al plurilaureato. Laa gente si svende, lo ha sempre fatto, e ora più che mai.
        Forse il meglio che si può fare è almeno non essere complice in questo gioco..

  1. Pingback: La crisi economica giustifica lo schiavismo? « ACLI Ascoli Satriano "Don Tonino Bello"

  2. C’è però chi ha la possibilità di non “svendersi” e invece chi non ce l’ha proprio… e mi rifiuto anche solo di implicare che sia colpa sua se accetta lo sfruttamento. La colpa è dei vertici delle aziende che pur di fare profitto dimenticano cosa sia l’etica e non vedono al di là del loro naso… Comunque complimenti per la scelta di non essere complice, tanto di cappello.

    • Che sia colpa delle aziende, e della politica, è alla fine il snso del discorso, e cioè che la crisi economica diventa solo una scusa per sfruttare il personale, ridurre i costi ecc ecc.
      è vero, ci sono persone che sono costretti ad accettare queste condizioni, ma ci sono anche tanti che lo fanno per paura, anche per la sola paura di essere costretti a rimettersi in discussione, di lasciare la sicurezza per affrontare l’ignoto. E allora pi non ci possiamo lamentare di quello che subiamo…
      Ciao, e grazie per essere passato

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